I nostri salici piangenti hanno bisogno di un po’ di gas lacrimogeno.
Questa è la società del buon umore a tutti i costi
Dei sorrisi pubblici e dei pianti privati
Delle risposte giuste alle domande sbagliate.
I salici piangenti si sono ammalati di buon umore,
Un po’ di gas lacrimogeno per i nostri salici piangenti!
Le nostre casalinghe disperate
Giurano che, d’ora in poi, saranno più rilassate
I nostri aspiranti suicidi si tufferanno da balconi più bassi
I nostri poeti ermetici si lasceranno stappare dai vostri cavatappi
I nostri malati terminali andranno a morire altrove
Per non otturare di colesterolo la vostra vena ottimista.
Il tentativo di cambiare è un modo nuovo di fallire. La mia generazione è un sonnifero senza sogni. Siamo lettere orfane di parole; fermati a ricordare tutto quello che avresti voluto dire a te stesso e poi leggiti le labbra. La ripetizione sterile dei tuoi errori prova che, sbagliando, s’impara solo a sbagliare sempre più stupidamente. Tutto ciò che vuoi dalla vita è uguale a ciò che hai. Tutto ciò che vuoi dalla vita è uguale a ciò che hai. Le parole potevano essere il grande dono ed invece, sono solo più uno strumento ormai. Mille e più messaggi in bottiglia, persi alla deriva di quest’acqua stagnante, alla parata dei cervelli inappetenti. Desideri consenzienti, tenuti stretti tra i denti. Timidi e prudenti, evitiamo i sogni più violenti. La noia è concubina. Spezza i contorni della bambina. Offri un desiderio a questa vecchia consuetudine che vive dentro la mia testa. Tutto ciò che vuoi dalla vita è uguale a ciò che hai. Tutto ciò che vuoi dalla vita è uguale a ciò che hai.
Sono stato per un anno all’ombra del tuo mare corrotto,
Le tue lacrime scivolavano lungo le mie guance
E la tua gioia era il direttore d’orchestra del mio battito cardiaco.
Sono dipendente da te.
Preconfeziono il 90% dei miei discorsi,
Conservo frammenti di conversazioni nelle mie tasche
Per poterle ingoiare e pronunciarle al momento giusto.
Nascondo indizi davanti alla luce del sole
Perché tu ne possa vedere solamente l’ombra
Perché i tuoi occhi restino abbagliati
Se cerchi di intravederne la fonte.
Ho scoperto di essere una persona di cera
Ti basta scaldarmi il cuore per deformarmi ogni volta che vuoi.
Ho scoperto di essere una persona di cera
Ti basta scaldarmi il cuore
Per modellarmi a tua immagine e somiglianza.
Stiamo gridando così forte
Non riusciamo più a sentire nemmeno i nostri pensieri.
Tutte le macchine bruciano.
Asfalto che ride.
Scaglieremo voliere
Scaglieremo voliere.
Distruggi a tua immagine e somiglianza
Distruggi a tua immagine e somiglianza.
Metteremo la musica così forte
Che si sentirà fin dal cielo ed inquinerà il paradiso.
Una serenata per la regina nel mio cervello,
Violini contro la bastiglia
Stelle cadenti come munizioni.
Il cielo è in fiore,
Proprio come il bruciore delle nostre ali stropicciate
Che stanno per essere amputate.
I nostri arti immaginari ed i nostri inverni solitari
Saranno usati come munizioni.
Presto arriverà il momento in cui tutto si farà rosso
E sarà amore per la fine
Tutti gli edifici crolleranno in cenere
Senza toccar terra, sorretti dal vento.
Spine nel fianco. Fonti di rancore eternamente rinnovabili. Depressioni. Pianti rattoppati con siringhe di entusiasmo: ovunque cada il mio sguardo gli stessi tumori, anime alla deriva, come cellule in rotta di collisione. Ma il tuo modo di stare al mondo è completamente differente. In questo regno del caos, abitato da malati di solitudine, da depressi cronici che ingoiano felicità in pillole; tu scegli una strada completamente differente. Imbocchi una via di pura ipocrisia: il dolore come celebrazione. Sei una portatrice sana di depressione. Il tuo nichilismo è una forma di esibizionismo. La natura del tuo male è assolutamente artificiale. La tua angoscia esistenziale, il palcoscenico che ti rende tanto speciale. Sei noia orgogliosa che si fa ambiziosa, travestendosi da inquietudine. Cerchi spessore nella sofferenza, prendi lezioni di depressione. Sei noia orgogliosa che si fa ambiziosa, travestendosi da inquietudine. Cerchi spessore nella sofferenza. Prendi lezioni di depressione. La tua decadenza è solo autoindulgenza. La tua decadenza è un insulto alla vera sofferenza, la tua empatia è a base di ipocrisia. È fastidiosa come un’infiltrazione, un drenaggio nel centro dell’emozione. La tua empatia è curiosità perversa. Sei come quelle persone che non riescono a distogliere lo sguardo da un incidente stradale, dal sangue, dai tessuti lacerati, dalle bocche intubate, dalle lamiere accartocciate, dalle luci blu delle ambulanze, dai sedili bruciati, dalle interiora delle automobili sparse per le carreggiate, dagli arti incastrati in angolazioni cubiste, come se la strada fosse un quadro di Picasso. Ma, in realtà, nulla di tutto questo fa per te: la tua ossessione è per un tipo di dolore differente, per il dolore dell’anima, per quel tipo di ferite da cui non sgorga sangue, per quel tipo di ferite che non si cicatrizzano mai. Ma non ti preoccupare. Se ho saputo smascherare il tuo inganno, è solo perché ne sono avvezzo, è solo perché sono imputabile della stessa colpa. Mi hai scambiato per una nuova possibile preda ed invece, ti sei imbattuta in un altro cacciatore di commiserazione. Ma la tua tecnica è buona. La tua recitazione è una perfetta simulazione di vita. Siamo simili. Siamo acqua sporca. Siamo feticisti della depressione. (Potremmo prenderci in prova. Ascoltare ognuno le cazzate dell’altro. Crederò alle tue bugie, se tu crederai alle mie.) Noi, ipocondriaci per scelta. Portatori sani di decadenza. Culturisti dell’ansia. Professionisti dell’angoscia. Redattori di lettere suicide. Sognamo il giorno in cui verranno inventati antidepressivi al contrario. Per ammalarci di oscurità per davvero, conferendo così dignità artistica e fondamento medico al nostro male di vivere artificiale. Potremmo prenderci in prova, ascoltare ognuno le cazzate dell’altro. (Crederò alle tue bugie, se tu crederai alle mie.) Potremmo prenderci in prova.
Potresti essere la mia sposa. La mia sposa di ideali a metà, la mia sposa di pura slealtà. E non avrai mai più paura di essere smascherata. Crederò alle tue bugie, se tu crederai alle mie. Crederò a tutte le tue bugie, se tu crederai alle mie.
Concorsi di bellezza interiore.
Nessuna pretesa metafisica in prima serata.
La bellezza interiore
All’alba del 2009
È bellezza interna, nel vero senso della parola.
Miss Pancreas
Miss Polmoni
Miss Cuore
Miss Sfintere Anale.
Un Pippo Baudo sbavante
Ci invita a televotare la radiografia più eccitante
Digitando il codice in sovraimpressione.
Un momento di svolta per la televisione italiana.
Amen.
È impossibile distillare sangue da una pietra. La nostra educazione è una pietra con le radici, in grado di farci scambiare follie per quotidianità. Minacciamo le minacce, con il sapore acre del nostro menefreghismo, che, privandoci di tutto, inevitabilmente rende ogni ricatto inefficace. Con le nostre ali di cera credevamo di colonizzare il Sole. Ed ora, tutto ciò che ci rimane sono i simulatori per cadere giù in sicurezza e provare il brivido di farci male per davvero, almeno una volta nella vita. È giunto il momento di fare cose senza senso: allattare fiori e scagliarsi contro i vetri. Barattare la vittoria mancata con una chiacchierata. Sull’erba del vicino che è sempre più blu. Sui suoi figli del cazzo che non sopporto più. Sul conforto di dolori globalmente distribuiti, neanche il male condiviso venisse poi dimezzato. Lei non ha mai amato qualcuno che non l’ amasse di più. Nulla da cui scappare, niente da rinnegare. Non piange più, non ride più. Nulla è impossibile, ma qualunque cosa è ok. Non piangi più, non ridi più. Nulla da cui scappare, niente da rinnegare. Nulla è impossibile, ma qualunque cosa è ok. Non piangi più, non ridi più. Non piangi più, non ridi più.
Passanti senza volto,
Intrappolati nelle proprie vite
Come principi attivi in capsule artificiali.
Queste strade sono l’esofago del mondo.
Esseri umani come pillole
Precipitano giù, tra le squame dell’epitelio,
Travolti e sospinti dalla corrente
In un’estasi di peristalsi,
Galleggiano alla deriva nello stomaco
Galleggiano alla deriva nello stomaco.
Tutti i segreti provengono dalla gioventù. Tutti i miei ricordi si sono radunati qui, intorno al mio letto di morte, per raccontarmi il mio passato. Tutti i segreti provengono dalla gioventù. Ciò che provi è ciò che sei: Spazio aperto chiuso in gabbia. La dolcezza della rabbia. Ricordo tutto perfettamente. La bellezza delle cose colpirmi con violenza. La beatitudine nella malinconia. Il dolore più piacevole che abbia mai provato. La bellezza delle cose colpirmi con violenza. La beatitudine nella malinconia. Il dolore più piacevole che abbia mai provato. È tutto ok. È tutto ok. Se ancora sto cadendo, è per l’ultima volta. È tutto ok. È tutto ok. È tutto ok.
Da bambino volevo fare lo scrittore.
Scelsi la mia stilografica con molta cura.
Ogni giorno guardavo un nuovo episodio dei miei cartoni animati preferiti
E ne scrivevo il racconto sul mio quaderno.
Quando a scuola ci fecero leggere il nostro primo libro da soli,
Pensai che si trattasse, senza alcun dubbio, di una faccenda da espletare in un solo giorno,
Perchè mi sembrava una crudeltà inaudita tenere sospesa una storia
Bloccare i personaggi in una paralisi fisica e mentale
In una pausa spazio temporale,
Senza nemmeno concedere loro la possibilità di andare in bagno
O di bere un bicchiere d’acqua.
Per tre giorni di fila ricominciai da capo il mio libro,
Senza mai riuscire a leggerlo dall’inizio fino alla fine.
Il quarto giorno odiavo quel libro,
Avrei voluto ucciderne i personaggi
Condannarli per sempre ad essere figli di una storia interrotta
Lasciandoli giacere in una pausa infinita.
Così chiesi un nuovo libro alla maestra,
Ma lei si rifiutò di darmene un altro
Finchè non avessi finito quello.
Spazio e tempo, vorrei essere l’anello che li congiunge. L’inizio, la fine e tutte le ragioni connesse. Vorrei essere un’idea, per sbirciare nella mente. Per percorrere la via attraverso cui un desiderio diventa volontà. Per unirmi all’esodo dei pensieri che salpano dal porto dell’immaginazione, diretti verso la realtà, per concretizzarsi o morire. Vorrei essere le notti fino a mattina. L’altalena che spingevi da bambina. Vorrei essere la domenica mattina, quando i tuoi sguardi sono solo per me. Vorrei regalarti un viaggio di ventiquattro ore intorno al mondo, perché tu possa vivere un intero giorno di luce. Voglio essere aria impazzita. Ossigeno che grida. L’inconsistente consistenza del nulla, che frena la caduta di un paracadutista. L’ossigeno che brucia e fa decollare una mongolfiera. La scia di un asteroide che si sbriciola nell’atmosfera. Vorrei essere la luce che proviene da una stella morta. Vorrei essere il Big Bang e tutto quello che c’era prima. Vorrei essere l’esplosione con cui, un corpo infinitamente piccolo, dà prova di quello di cui è capace e lascia tutti di stucco. Vorrei essere un buco nero, per conoscere il futuro e non dimenticare mai più il passato. Vorrei essere il sole, per spegnermi quando mi date per scontato. Vorrei essere il momento, il momento in cui sarà finalmente tardi per qualsiasi cosa. Il momento in cui sarà finalmente tardi per qualsiasi cosa.
Premi, premi stop e corri. Corri, bambina, corri. Esibisciti, per farti credere incapace di nascondere alcunché. Falli ridere, balla e strusciati sui loro vestiti sudati. Sui tessuti tesi dei loro pantaloni, che aderiscono perfettamente alle loro intenzioni. Allattali. Allattali prima di metterli a dormire. Allattali prima di metterli a dormire e poi stupiscili, sconcertali come un cavallo di troia. Brinda all’opportunità di essere inopportuna. Vendi il tuo dio al mercato nero. Propendi per un cibo vero. Propendi per un cibo vivo. Infetta il tuo sangue. Bacia il tuo stesso sesso. Trascendi il desiderio, raggira il desiderio. Non cercare la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Tutela il silenzio. Agisci come una setta. Insorgi contro l’alleato e soccorri il nemico. Non contare i giorni che ti separano. Riempi d’acqua il silenzio. Scegli con la monetina. Inquina la tua nazione, intacca il meccanismo dall’interno. Sii la tua rivoluzione. Non essere portavoce di niente e di nessuno.
I nostri grandi progetti sembrano un suicidio annunciato. Morire non potrà farci che bene, siamo scheletri che parlano di vita. La felicità è una parola che ho sempre avuto sulla punta della lingua, senza mai riuscire a pronunciarla. O forse, per me, la serenità non è mai stata una priorità. Forse, per me, la serenità non è stata mai la priorità. Ricordi, quando eravamo la rivoluzione? Ora brindiamo ai rottami di questa relazione. Ai nostri resti, in rotta di collisione. E balliamo sui cocci dei nostri specchi infranti, per non doverci mai più sopportare tutti interi. Saltiamo sui brandelli dei nostri specchi infranti e la nostra immagine riflessa, in mille pezzi, ci guarda impotente. Una miriade di occhi e di sguardi minacciosi ci fissano incapaci di una conformità d’opinione, in una svilente rappresentazione delle nostre battaglie interiori.
O forse, per me, la felicità non è mai stata una priorità. Forse, per me, la felicità non è stata mai la priorità.
Tutte le luci sono state mangiate dalla cera.
Questa casa è bellissima di notte.
Tutte le città aderiscono perfettamente al buio.
Tutti i palazzi, tutti i vicoli, tutti i tetti
Ogni spigolo, ogni contorno, ogni linea
Combacia perfettamente con il buio.
Tutte le piccole città sono uguali di notte:
Solo luci
Solo silenzio.
Odio il modo in cui ti atteggi a sposa tra le vergini. Odio il modo in cui potreste abituarvi a tutto, solo per abitudine. E noi... siamo le radici che crepano l’asfalto. L’erba che apre una breccia nel cemento. Siamo la pelle che sputa via la spina. Siamo la pelle che sputa via la spina. Se vuoi cadere un po’ più in basso, resta qui con me. Se vuoi cadere un po’ più in basso, resta qui con me. Odio il modo in cui ti poni al di là del bene e del male. Odio il modo in cui create attenzione intorno a voi per attirarne. La tua compagnia è una frase fatta, a cui si fa ricorso quando non c’è nulla da dire. La tua incapacità di ascoltare è pari solo alla tua incapacità di tacere. La tua modestia è mancanza di talento e il tuo realismo è mancanza di immaginazione.
E noi… siamo le radici che crepano l’asfalto, l’erba che apre una breccia nel cemento. Siamo la pelle che sputa via la spina. Siamo stati deturpati dallo stesso cancro. Un cuore ormai divelto nella tua infezione. Ed io mi insinuo come un’insinuazione, nella banalità della ripetizione. Se vuoi cadere un po’ più in basso, resta qui con me. Se vuoi davvero toccare il fondo, resta qui con me.
Lui è quello che tutti chiamano un uomo solo. Le domande insistenti, mormorate dalla gente sul suo conto, sono la spietata risposta del mondo ai suoi dilemmi: “Com’è successo? Come sono arrivato fino a qui?
Voglio sapere perché la mia mente sembra decisa a risparmiarmi, proprio un attimo prima di affondare e non sentire più niente. Voglio sapere chi è quella voce nella mia testa. Che mi condanna ogni volta chemi salva, che mi impedisce di tirare su la coperta scura. Voglio sapere perché, per me, la felicità è un effetto collaterale della serenità. Voglio sapere perché, per me, tristezza è sintomo di sicurezza e felicità di instabilità. Voglio sapere perché, per me, la gioia è sempre amara per metà. Voglio sapere perché, ogni volta che la felicità mi viene a cercare, io riesco sempre a non farmi trovare. Voglio sapere perché, ogni volta che la felicità mi viene a cercare, io riesco sempre a non farmi trovare. Voglio sapere perché, quando un lampo di felicità cade dritto su di me e mi attraversa il corpo come una scossa elettrica, non posso semplicemente lasciarmi andare ad essa, senza pensare a tutto ciò che potrebbe incrinarla; finendo così per strangolarla con le mie stesse mani, finendo così per diventare l’assassino dei miei giorni migliori. Voglio sapere perché una stanza chiusa non può fare a meno di girarmi intorno. Voglio sapere perché non posso amare, parlare, respirare senza dover combattere contro l’impulso di vomitare. Voglio sapere perché non posso aprire la bocca per gridare al vento la mia rabbia. Senza sentirmi inerme, come se fossi fatto di sabbia. Voglio sapere perché, non posso respirare a pieni polmoni, correre a perdifiato, cantare fino a strozzarmi. Piangere di gioia e piangere di rabbia, bere alla coppa d’un fiato, anziché sfamarmi con le briciole di vita cadute sotto il tavolo. Anziché sfamarmi con le briciole di vita cadute sotto il tavolo. Voglio sapere perché la mattina mi è nemica. Voglio sapere che senso ha combattere ogni giorno per la serenità, se poi il sonno cancella tutto. Voglio sapere perché la tranquillità che la notte porta con sé, scoppia come una bolla di sapone al mio risveglio. Voglio sapere perché, ad ogni alba, devo ricominciare tutto da capo. Voglio sapere perché la fine di un giorno mi entusiasma più dell’inizio di un nuova era. Voglio sapere perché la fine di un giorno mi entusiasma più dell’ inizio di un nuova era. Voglio sapere perché, per me, tristezza è sintomo di sicurezza e felicità di instabilità. Voglio sapere perché la fine di un giorno mi entusiasma più dell’alba di una nuova era. Voglio sapere perché devo vivere intrappolato in un canone inverso. Voglio sapere perché non posso essere uguale a tutti gli altri. Vorrei sapere come sono davvero tutti gli altri. Vorrei abitare i vostri corpi e pensare con i vostri cervelli, per poi far ritorno dentro di me e capire cos’è che non funziona. Dov’è l’errore. Dov’è il guasto. Dov’è l’anomalia. Voglio sapere chi è Tenacia, guardarla fisso negli occhi e dirle che per me non vale un cazzo. Voglio sapere perchè non posso solo dormire e risvegliarmi fra settant’anni, in un altro altrove, in un mondo dove sono solo un volto senza nome. Voglio sapere perché non posso più fare come una volta e, senza alcun rimpianto, senza alcun ripensamento, fermare il tempo. Osservare i passanti pietrificati, privare la luce della sua velocità, guardare da fuori il mondo in stand by, mettere tutti i problemi in stand by, confinarli negli angoli ghiacciati della mente come un iceberg, di cui emerge solo la parte minore. Voglio sapere perché non riesco più a fare come una volta: cristallizzare la neve, la pioggia, i discorsi insistenti della gente in cumuli di parole interrotte, cadute dalle bocche, ormai ridotte a lettere amputate, stropicciate, ammassate ai piedi delle persone. Voglio vedere l’universo, trattenere il fiato per un istante ed abitare in quell’istante. Voglio vedere l’universo, trattenere il fiato per un istante ed abitare in quell’istante.